Humus

tendenze e design della vita moderna

Zayd Menk è uno studente dello Zimbabwe che ha realizzato un modello in scala di Manhattan utilizzando solo componenti di elettronica riciclata. Tutto questo a soli diciassette anni. Iscritto alla scuola d’arte ha fatto suo un progetto per il riciclo di componentistica elettronica, con cui è riuscito a riprodurre in scala l’isola di Manhattan, New York. Il lavoro è incredibilmente accurato e fedele all’originale, In circa tre mesi ha riciclato tutte le parti di: 27 schede madri, 10 schede madri per monitor, 15 batterie, 13 lettori floppy disk, 3 dischi rigidi, 3 schede grafiche, 11 CPU, 6 orologi, 4 schede audio, più colle varie per saldature impiegate nell’assemblaggio di un computer. 

Ha scelto di riprodurre Manhattan perché era affascinato da tutte quelle tipologie diverse di edifici, case, strutture. Ma la cosa ancora più stupefacente è che ha riprodotto tutta l’isola basandosi sulle immagini presenti in rete, su Google Maps e su Wikipedia, non avendo lui mai visto Manhattan. E se non bastasse Zayd ha realizzato tutto questo lavoro con il solo aiuto dell’unico attrezzo che aveva a disposizione, un misero ma onesto seghetto a mano.

A Nuenen, in Olanda, è stata inaugurata una meravigliosa pista ciclabile che ripropone la magia dei motivi e dei colori accesi dei quadri del pittore Van Gogh.

La Van Gogh-Roosegaarde, dedicata al pittore maledetto dallo Studio Roosegaarde che l’ha progettata, propone un percorso ciclabile, che si snoda per la lunghezza di un chilometro, e la cui caratteristica principale è il motivo geometrico a vortice, tipico della sua pittura. Ma la vera particolarità la si può ammirare di notte quando la pista ciclabile si illumina, grazie alla vernice speciale con cui è stata realizzata e che immagazzina la luce nel materiale fosforescente.

La vernice fosforescente, è un prodotto contenente un pigmento molto particolare che possiede la proprietà di “caricarsi” accumulando energia luminosa, qualora esposto alla luce solare o artificiale, ed è poi in grado, nelle ore di buio, di riemettere nell’ ambiente, l’energia precedentemente assorbita sotto forma di luminescenza.

L’emissione di luminescenza è completamente autonoma al variare della luminosità dell’ambiente esterno. La sua durata varia in relazione del tipo di pigmento presente da pochi minuti a molte ore. Il tutto accompagnato anche da un sentiero di led incorporati nel percorso, che si illuminano grazie ai vicini pannelli solari. L’idea geniale è dello Studio Roosegaarde. Uno studio innovativo che si occupa di social design, noto per le sue esplorazioni dove confluiscono persone, arte, spazi pubblici e tecnologia.

I rifiuti organici biodegradabili, che produciamo ogni giorno nel nostro ciclo di alimentazione e di produzione, sono la base per il processo di decomposizione che prende il nome di compost. Le sostanze che decomponendosi formano il compost sono i materiali organici biodegradabili che si suddividono in umidi e secchi.

Umidi | scarti di frutta, verdura, pane ammuffito, ossa di animale, gusci d’uova, lettiere biodegradabili  di animali erbivori, filtri del tè e fondi del caffè.

Secchi | foglie secche, segatura, paglia, rametti, trucioli e cortecce, carta comune e carta da cucina, cartone, tessuti 100% naturali.

Il compostaggio contribuisce a risolvere il problema dei rifiuti, diminuendo del 30-40 % la quantità di spazzatura da smaltire, con il taglio significativo di tutti i costi economici e ambientali connessi.

Contribuisce a ridare fertilità al suolo tramite una rigenerazione naturale, priva di concimi chimici. In città il compostaggio, per chi ha a disposizione uno spazio adatto per farlo, oltre ad un’accurata raccolta differenziata, dovrebbe diventare l’imperativo di ogni cittadino consapevole. Scarica l’Almanacco e vedi come fare.

Viktor Larenz è uno psichiatra di Berlino, brillante, ricco e soprattutto celebre grazie alle sue frequenti apparizioni televisive. la 
sua vita viene sconvolta dalla sparizione della figlia durante una visita nello studio del dottore che l’ha in cura. Inizia così la ricerca disperata della figlia che comporterà la perdita del lavoro e del suo matrimonio. Anni dopo viene avvicinato da una scrittrice di libri per bambini che sostiene, che i personaggi da lei creati possono diventare reali. Uno di questi somiglia proprio a sua figlia e forse ha la risposta alle sue domande. Ma chi è davvero questa scrittrice che si presenta con una bambina che ha gli stessi sintomi di sua figlia?

La terapia è un susseguirsi di presenze inquietanti che danno corpo ad una storia affascinante ed allucinante allo stesso tempo. Lo scrittore tedesco ha uno stile immediato e corposo che incolla il lettore fino alla fine del capitolo, lasciandogli la voglia di proseguire con il nuovo. Sin dalle prime pagine si viene rapiti talmente tanto dalla storia che si entra in un circolo vizioso, in cui interrompere la lettura equivarrebbe ad interrompere il viaggio del protagonista, alla ricerca della verità. Il racconto si snoda tra colpi di scena, allusioni e depistaggi, che tendono a nascondere quella realtà che sembra sempre a portata di mano, ma che l’autore come in un gioco di specchi rimescola fino al capitolo finale.

La terapia appartiene al filone letterario del thriller psicologico, ma relegarlo solo in quel contesto è realmente riduttivo. Sebastian Fitzek, ha pubblicato altri libri e vi assicuriamo che ognuno di essi, potrebbe essere recensito tranquillamente in questa rubrica finale dell’Almanacco.

Bello e destabilizzante

Sam soffre ultimamente di allucinazioni e di fortissimi mal di testa e succede così che in una semplice operazione di routine commette un errore e rimane ferito dentro al veicolo estrattore fuori dalla base. si risveglierà nell’infermeria con i ricordi confusi e ascolterà una strana conversazione …

Girato con un budget irrisorio di circa 5 milioni di dollari, è il primo lungometraggio di Duncan Jones, figlio di Dawid Bowie. in una cornice scenografica spettacolare e una fotografia dai colori acidi, si dipana la storia di Sam Bell, (a cui da volto e corpo il bravissimo Sam Rockwell) l’unico uomo su una base lunare totalmente gestita dal computer di bordo, Gerty. Un’intelligenza artificiale che ha anche il compito di fargli compagnia e coadiuvarlo nei lavori di estrazione. un uomo e una macchina.

Sebbene lo spunto sia tradizionale, quello di Moon è un omaggio veramente ben riuscito alla fantascienza classica di genere. Per i cinefili le citazioni e i rimandi sono tantissimi, quasi servano a comporre un quiz del tipo: riconosci cosa? riconosci in quale film?

Gli interni della stazione spaziale sono disegnati con linee eleganti e asettiche che ricordano 2001: odissea nello spazio, ma anche le inquadrature ci riportano verso Stanley Kubrick: Sam che corre, la poltrona spesso in primo piano, la musica classica onnipresente.

Il personaggio interpretato da Sam Rockwell, ricorda nelle sue sfaccettature tanto lo psicologo Chris Kelvin del film Solaris (Andrej Tarkovskij, 1972), che il comandante David Bowman di 2001: Odissea nello spazio (Stanley Kubrick, 1968). l’intelligenza artificiale Gerty è direttamente collegata, nella nostra memoria collettiva, al supercomputer Hal 9000, ma anche a Mother, il computer di bordo dell’astronave nostromo del film Alien (Ridley Scott, 1979).

Tra un rimando e un altro, il film con il suo andamento lento diventa ipnotico e il tutto acquista valore grazie alla regia di Duncan Jones che nel suo gusto per gli spazi silenti e desolati dell’universo, ne fa una piccola perla.

Una visione, un’idea, una progettazione totalmente realizzata al computer e basata sugli effetti speciali della CGI di cui è un grande fan. Tutto questo è Northern Wisps, il progetto di Bartosz Domiczek, architetto polacco a capo dello studio arch-viz, specializzato nel marketing dell’architettura contemporanea.

Questo progetto è stato nominato ai Premi CG 2018, grazie alla sua bellezza e la sua complicata semplicità. Il concorso prevedeva di inserire in un luogo a scelta la propria opera, in questo caso un elemento prefabbricato, anche se ancestralmente molto bello, come questo monolito bianco. L’ambientazione scelta è l’Islanda, a Thormörk. Bartosz ha inserito in un ambiente reale i suoi monoliti, tra colline brulle e aree boscose.Il risultato è spettacolare e tocca le corde più sensibili di ognuno di noi.

“Le mie capanne vogliono essere un mix tra le atmosfere di una vecchia casa costruita attorno ad un camino e l’idea di divinità nordiche che ci osservano dai costoni delle montagne”.

Questo è un work in progress. Se volete tenervi aggiornati e/o sapere di più seguitelo su bartosz-domiczek.com, il sito da dove sono state prese queste immagini frutto di un lavoro intenso e geniale.

INFO

Ma chi beve più caffè? I più accaniti consumatori di caffè al mondo non sono, come si pensa solitamente gli italiani o gli arabi, ma i paesi del Nord Europa. Forse è il clima rigido o la luce (poca e di breve durata) a determinare il record mondiale di consumo annuo di caffè pro capite da parte della Finlandia, con un consumo pari a 12 kg. Questioni anche di abitudini.

Per esempio qui le funzioni e le cerimonie religiose finiscono sempre con abbondanti dosi di caffè. Usanza talmente radicata nella società che più o meno in maniera seriosa il caffè viene chiamato il terzo sacramento della Chiesa Luterana di Finlandia.

Latitudini e gusti differenti Ad ogni palato il suo gusto. Ad ogni bocca il suo caffè con o senza zucchero, dolcificato o aromatizzato. Ognuno poi ha la sua miscela preferita.

In Italia, patria della caffettiera moka, si tende a consumare la miscela 100% Arabica, perché essendo più dolce si addice di più al nostro palato, non abituato a sapori legnosi, amari e speziati. Anche se, nello specifico, la miscela Arabica viene consumata preferibilmente dagli italiani del Centro Nord.

Nel Nord Europa invece si privilegiano tostature chiare, con aromi fruttati e di miele. La french-press, l’equivalente della nostra caffettiera moka nei paesi del Nord Europa, è la soluzione perfetta per questo tipo di miscele e per ottenere un caffè dolce e acido, con assoluta dominanza di caffè Arabica.

Curiosità sul consumo Il 54% degli adulti (ovvero circa 110 milioni di persone nel mondo), consuma quotidianamente caffè. Sappiamo anche che sono molto di più gli uomini che le donne, e comunque il consumo totale è più di 3 tazze al giorno per la maggioranza degli individui.

Magari… da non fare! Assolutamente pessima, secondo gli estimatori del chicco, l’abitudine sacrilega (spesso da parte degli americani) di riscaldare di continuo la bevanda perdendone i profumi e i sapori.

In questo caso come in altre cose della vita è meglio puntare sulla qualità piuttosto che sulla quantità, ma in ogni caso rimane sempre una questione di gusto personale.

La testa ritorna alla routine: impegni, scadenze, difficoltà, riunioni, clienti. Questo fenomeno è conosciuto come Sunday blues, ed è la sindrome del nuovo millennio. La sua incidenza è in aumento in tutti quei paesi con un forte sviluppo economico e industriale, laddove il nuovo mantra è far parte della produttività sociale.

In pratica la nostra mente iper stimolata da attività, responsabilità, tempistiche da rispettare costruisce come un percorso obbligato da far percorrere al nostro corpo, per adempiere ad ogni impegno affinché ci si senta utili e al passo con gli input che ci vengono richiesti. Banalmente è una specie di controllo mentale che facciamo su noi stessi cercando di organizzarci in modo da non vivere in affanno o con preoccupazioni le incognite che ci si presentano. Siamo presenti a noi stessi anche quando facciamo la fila alle casse del supermercato, aspettando il nostro turno, ci stiamo già proiettando verso le azioni successive da realizzare: riprendere la macchina, passare a prendere i figli in palestra, tornare a casa e preparare la cena. Questa forma di controllo mentale ci serve da una parte per renderci sempre più efficienti, ma dall’altra rischia di alimentare fattori di stress, anticipando magari anche tensioni, incomprensioni che forse si verificheranno in futuro oppure no.

I sintomi di questa sindrome sono presenti in forme diverse a seconda di ogni individuo e sesso. Si va da un senso di tristezza diffusa ad una sensazione d’impotenza rispetto anche a piccole difficoltà, fino ad arrivare ad un senso generale di apatia verso tutto e tutti. Molte volte si associano anche dolori fisici reali nel senso di malessere come emicranie, cefalee, mal di stomaco fino ad arrivare ad attacchi di panico. Tutto quello che durante la settimana è stato accumulato come fonte di stress è molto probabile che aumenterà l’intensità di questo tipo di malesseri.

Abbiamo spinto la nostra mente oltre il limite e quando dobbiamo rallentare, ci sentiamo perduti e da qui tutti quei fenomeni psichici e fisici che ci assalgono ogni maledetta domenica.

Per contrastare queste sensazioni dobbiamo ritagliarci spazi fisici e temporali, in cui il corpo torni ad essere fonte di piacere e non solo il mezzo con cui svolgiamo un compito. Ognuno ha i suoi metodi, le sue passioni, i suoi interessi, l’importante è riuscire ad appagare corpo e mente, affinché ci si possa ricaricare di nuove energie. Farlo, farà la differenza.

Ognuna differente, ognuna singolare, ognuna un microcosmo che parla proprio di noi. Piena di quegli oggetti della nostra quotidianità che rivelano chi siamo al mondo esterno. Le cose delle quali ci contorniamo e che affollano (o meno) la nostra scrivania, sono cose che abbiamo scelto, desiderato, ambito e a cui riserviamo un posto d’onore proprio vicino a noi, quasi a rassicurarci. Rappresentano molto di noi stessi, fanno capire agli altri chi siamo, quali sono i nostri interessi, quale il nostro atteggiamento verso la vita e il mondo esterno.

La scrivania racconta la nostra immagine segreta in contrapposizione a quella sociale, che siamo noi a raccontare al mondo. Oltre alla tipologia degli oggetti presenti è importante anche la disposizione che diamo di questi sopra la superficie di un tavolo. Ogni elemento presente o mancante racconta l’ordine o il caos che regna dentro di noi e questo è visibile all’esterno, per chi è in grado di riconoscere i segnali. Le cose che possediamo possono essere indicatrici di diversi stati d’animo: apertura mentale, di disponibilità, di originalità, di espansività.

L’apparenza della scrivania

Scrivania organizzata Ci troviamo di fronte ad una persona coscienziosa e affidabile, che tende ad organizzare tempo e spazi lavorativi secondo schemi utili alle funzioni preposte. Ogni cosa e oggetto è al posto esatto e in numero strettamente necessario all’utilizzo preposto. Sicuramente in questo tipo di scrivania non mancherà mai un calendario ed un orologio.

Scrivania disordinata Tendenzialmente ci troviamo di fronte ad una persona affabile, socievole e aperta al mondo esterno. Questa tipologia di persona ha bisogno di tutto quello che ha sul proprio piano di lavoro, non in base alla funzione che determinano gli oggetti bensì rispetto al benessere emotivo ed intellettivo dovuto dalla presenza di essi. Sicuramente in questa scrivania troveremo spesso agende e penne di diverse fatture, toys colorati di anime (manga o meno) e foglietti pieni di note sparsi ovunque.

Presenza di strani oggetti Le scrivanie piene di oggetti originali, di grandezze e colori differenti, sistemati in modo, apparentemente casuale o caotico, appartengono a persone estroverse, che non hanno timore a mostrare la propria personalità e tendenzialmente sono persone aperte a nuove idee e alla creatività.

Un tavolo organizzato e ordinato ci parla di una persona più convenzionale e attenta a certi valori, mentre un piano di lavoro più ricco di sovrastrutture e oggetti ci parla di una persona anticonformista, libera dalla tradizione e da schemi classici.

Gli oggetti, di cui ci circondiamo, sono alla fine indice dei nostri comportamenti veri o presunti ma non sempre tutto è codificabile in schemi precisi (… e per fortuna). Perchè non sono solo i singoli dettagli, le singole cose a tracciare un’identità umana. Noi siamo l’insieme delle esperienze che abbiamo fatto, delle persone che abbiamo conosciuto e di tutte quelle cose o oggetti che possediamo.

Una giovane start-up ad Amsterdam ha creato il TreeWiFi, piccole casette (ricordano i nidi fatti dai bambini per gli uccellini) che misurano l’inquinamento atmosferico, rendendo visibile il livello d’inquinamento raggiunto attraverso una luce led di stato.

I dati vengono inviati ad un elaboratore che li rende pubblici attraverso questa luce led e quando la qualità dell’aria migliora (all’interno della zona interessata) la piccola casetta permette la condivisione di una connessione internet con tutti quelli presenti in strada. Gli utenti che si connettono alla rete, prima di poter usufruire della connessione, ricevono consigli pratici su come migliorare la qualità dell’aria. Il progetto fa della sua economicità e praticità il punto di forza.

Proprio il fatto di essere economico come investimento è facilmente riproducibile in tante zone della città. Il progetto nasce da un’idea del designer Joris Lam ed è stato sviluppato grazie ad una borsa di studio dell’Awesome Foundation Amsterdam nel 2016. Il tutto è ancora in fase di sviluppo e si basa sul crowfounding con cui sostenere e sviluppare ulteriormente le altre unità per la rivelazione dell’inquinamento.

Le reazioni da parte del governo e della cittadinanza sono state positive, anche grazie all’insolito design scelto per queste centraline ecologiche. Joris Lam spera di installare almeno 500 unità nella città di Amsterdam, e che questo sia il trampolino di lancio anche per installazioni in altre città europee interessate ad approfodire e sensibilizzare l’opinione pubblica e i governi sul problema dell’inquinamento ambientale.

Le Filippine sono soggette a diversi disastri legati a fenomeni naturali, come terremoti, tifoni, tsunami.Sono composte da circa 7000 isole e tra fenomeni naturali e questa frammentazione geologica molte zone sono prive di elettricità. Alla ricerca di una soluzione economica e pratica tre inventori guidati dall’ingegnere Lipa Aisa Mijena, hanno sviluppato una lampada capace di emettere luce per 8 ore sfruttando il contenuto di una tazza di acqua salata.

Questa lampada portatile alimentata da sale può quindi sfruttare il mare come un’enorme riserva di acqua salata per illuminare case, edifici e, in casi di emergenza, le batterie dei cellulari. Le lampade ad acqua salata sfruttano lo stesso principio alla base della costruzione delle batterie.

Essenzialmente questa lampada sfrutta i principi della cella galvanica, alla base della costruzione delle batterie, sostituendo però gli elettroliti con una soluzione salina non tossica, rendendo l’intero processo sicuro e innocuo. A differenza delle batterie normali non ci sono componenti ne infiammabili ne inquinanti, a fine ciclo.

La lampada è stata ideata per essere distribuita dalle organizzazioni no-profit a chi ne ha bisogno. Avendo come target quelle popolazioni anche molto povere che utilizzano lampade a cherosene come fonte d’illuminazione principale, con l’intento di realizzare un prodotto funzionante a basso costo ma che soprattutto fosse sicuro non avendo criticità di costruzione e di utilizzo.

Il bentō è un pranzo preconfezionato, quello tradizionale viene preparato in casa tutti i giorni (serve come pranzo per i lavoratori fuori casa) oppure in occasioni speciali per feste e ricorrenze. Il cibo è contenuto in una scatola da bentō, dotata di divisori interni atti a separare cibi differenti in una mono porzione. Il bentō contiene solitamente riso e contorni, pesce, carne, verdure, tempura, verdure cotte o marinate, tōfu e altri cibi varianti a seconda della stagione. Le scatole bentō sono di vari materiali e dimensioni: possono essere di plastica usa e getta, di legno o metallo, semplici, stampate, decorate, oppure addirittura opere artistiche laccate e fatte a mano. Alcuni hanno uno scompartimento thermos, che contiene riso mantenuto caldo o miso, di solito utilizzato come bevanda per il pranzo al posto di acqua o tè.

La scatola viene poi avvolta in un pezzo di carta, di tessuto o in borse speciali insieme alle bacchette da utilizzare per consumare il cibo. Il bentō viene sempre confezionato in modo da creare un pacchettino esteticamente gradevole, studiando le combinazioni di colore dei cibi e la maniera di porli, coordinando bentō, bastoncini, cibo, tovaglietta e tutto il resto.

Estetica e colori

Al giorno d’oggi anche le scatole di bentō seguono le mode per incontrare il gusto di un pubblico più grande che non siano i semplici impiegati e lavoratori, ma anche le nuove generazioni dai più piccoli agli adolescenti.

Ed ecco nascere lo stile kyaraben (abbreviazione che sta per “bento dei personaggi”), in cui il cibo viene decorato per apparire come i cartoni animati (anime), come i fumetti (manga) o i videogiochi giapponesi più popolari.

Un altro stile è lo stile oekakiben (“bentō-ritratto”), che ritrae persone, animali, edifici, monumenti o cose come fiori e piante. In Giappone il bentō assume anche valenze particolari e sentimentali. Spesso nei manga e negli anime le ragazze portano all’innamorato un bentō preparato in casa, come anche la moglie al marito o al figlio.

I bentō sono anche un modo di far conoscere specialità e tradizioni locali, e si differenziano sia da regione a regione ma anche da dove vengono acquistati.

Si possono trovare nelle grandi città anche in forma di pasto veloce da comprare presso distributori automatici. Sono presenti nelle stazioni ferroviarie e in questo caso cambiano il nome in ekiben. Negli aeroporti si chiamano soraben e possono essere consumati durante l’attesa o in volo. Come in tuto il mondo anche in Giappone quando è l’ora di pranzo ognuno tira fuori il suo pasto e mangia dove capita. Buon appetito a tutti.

Supportata da una campagna di fundraising di grande successo su kickstarter, Halfbike è un nuovo format nel mondo dei derivati delle biciclette: un ambito che si ricicla, letteralmente, in continue variazioni sul tema.

Ibrido tra l’anteriore di una foldable bike e il posteriore di un monopattino, l’avantreno di questa mezza-bici a tre ruote si torce e s’inclina lateralmente, offrendo solo i pedali e il piccolo manubrio come punti di appoggio, richiedendo (o consentendo) al corpo di fare il resto del lavoro di bilanciamento. Da qui la sensazione di una camminata volata – in un gioco di equilibrio simile a quello che proveremmo su un Segway a pedali, se ne esistesse uno – e tutto il divertimento che ne consegue.

Disponibile in versione small, medium e large, pieghevole ma non troppo, ideale per coprire agilmente piccole distanze in ambito urbano, specie per professionisti zaino-in-spalla.

Halfbike indirizza il suo marketing in realtà sull’esperienza del puro divertimento e dell’alternativa alla corsa più che al mezzo di trasporto alternativo e green; ma dovendo muoversi in ambiti metropolitani e in combinazioni di vari mezzi di trasporto, perché non farlo con stile e dinamicità?

Disegnato a mano in migliaia e migliaia di tavole, con una tavolozza di colori originale che lo contraddistingue da tutti gli altri, Ergo Proxy è ormai un classico moderno dell’anime giapponese, un pò come lo fu Ghost in the Shell negli anni novanta.

In un futuro post-apocalittico, il genere umano, vive nelle città-cupola dopo aver distrutto l’atmosfera terrestre diffondendo nell’aria un infezione letale. all’interno delle cupole tutto è controllato: dalle nascite limitate fino all’uso di androidi chiamati autoreiv (da “auto-slavery”), fino a quando la diffusione del virus cogito colpisce gli autoreiv, permettendo loro di acquisire consapevolezza e capacità di provare emozioni.

Gli anime giapponesi sono un fenomeno dal duplice aspetto: o li si ama alla follia o altrettanto li si odia.

Parlando a chi frequenta questo mondo, recensire Ergo Proxy è totalmente inutile, perchè è uno dei capolavori anime riconosciuto da tutti (come lo sono in filmografia titoli come Blade Runner, Alien, Shining, ecc...).

Per chi è intenzionato ad entrarci, in questo mondo, diciamolo vi offriamo il prodotto migliore ma anche il più difficile. La difficoltà nel vedere questi 23 episodi risiede in tanti fattori diversi e concomitanti: nella storia che viene raccontata (i primi episodi sono talmente criptici che si ha quasi subito la voglia di smettere di guardarlo), nel modo in cui è montato, nei colori virati verso un bianco
 e nero sporco (come se ci fosse la polvere del tempo a coprire la pellicola), nei discorsi filosofici volutamente eccessivi (o forse no?!), e molto altro ancora.

Eppure tutte queste criticità saranno quello che ve lo faranno amare tanto da volerlo anche rivedere, rivedere e rivedere… con la scusa di trovargli un senso o solo perché non avete colto un dialogo. 

Vulcanico, dissonante, rock puro con ballate country ad accompagnare l’ascolto di un disco che avrete voglia di sentire spesso. Jack White è realmente un vulcano di energie e tutte diverse tra loro. la sua grande capacità è quella di creare delle dissonanze armoniche che non siano dissonanze musicali, unendo e miscelando stili lontani anni luce tra di loro.

In questo disco possiamo sentire i Led Zeppelin suonare l’heavy metal, il jazz, il blues, l’r’n’b e mescolarlo con il country più tradizionale e da tutto questo accorgersi che la voce e le chitarre distorte di Jack hanno creato l’illusione perfetta.

Non parliamo di qualcuno che imita qualcun’ altro, qui parliamo di un musicista che ha dentro di sé tutte queste anime ed ha sensibilità e capacità tecniche per creare dei sound e dei riff da lasciare a bocca aperta. 

Tra il gotico e il freak americano, Jack White, riesce a creare in tredici brani un tappeto musicale che incanta e ammalia a più riprese. La voce roca e sporca della musica pre-digitale, quella fatta di locali fumosi e sperduti, si sposa con le ballate dolci e ipnotiche che sanno realmente di campagna americana.

A supporto di voce e chitarra, Mr White ha da sempre scelto collaboratori di primo livello. In questo disco segnaliamo la voce femminile della cantante ghanese Ruby Amanfu nella bellissima Love interruption; la pianista Brooke Waggoner e il contrabbassista Davis Byrn.

Il nostro brano preferito è Sixteen Saltines. Energia pura fatta di giri di blues-rock in salsa elettrica con un contrabbasso classico a sostituire il basso elettrico più ovvio.

DA SPARARE A TUTTO VOLUME.

Ogni colore produce un emozione in chi lo guarda ed è per questo che fin dagli anni quaranta nella pubblicità, nello studio del marketing la teoria del colore è divenuto oggetto di analisi fino a diventare quasi un mantra, necessario da conoscere, per poter vendere al meglio un prodotto.

Come mostrano le ricerche sull’argomento, la percezione che abbiamo di un colore porta con sé tanti e diversi elementi che ne influenzano il risultato finale. Ognuno di noi ha un suo “vissuto”: esperienze, educazione, differenze culturali, di razza, contesti in cui si è cresciuti. Tutti questi elementi sono varianti in una formula matematica, che tanto matematica ed esatta non è.

Si può però ragionare su statistiche, su numeri elevati, su contesti e reazioni che suscitano alcuni colori piuttosto che altri.

Molti prodotti sono in stretta relazione con i colori che li rappresentano ed emotivamente, se il consumatore percepisce la giusta tipologia – qualità – prezzo ne decreta il successo perché si sente in esso rappresentato e rassicurato ai suoi bisogni di consumo. Diversi studi hanno stabilito una relazione tra colore e prodotto associandolo alla percezione della marca (brand), questo a significare che molti di noi riconoscono in quel colore il carattere o la personalità della marca in questione.

Con quali occhi guardiamo il mondo? con quelli di una donna o di un uomo?Entrambi i sessi hanno diversi colori comuni ma è sulle sfumature che capiamo le differenze percettive che ci distinguono.

Il blu è abbastanza universale ed è comune ad entrambi i generi, il bianco, il nero, il grigio sono accettati tranquillamente da tutti, ma già sul viola ci differenziamo. Gli uomini non lo apprezzano, le donne lo mettono, ci si vestono, ci si truccano ed altro ed è per questo che molti prodotti caratterizzati da questo colore ci danno già un indicazione precisa, quel prodotto con quel colore è stato studiato, tendenzialmente, per un pubblico femminile. L’emisfero femminile preferisce i colori tenui, in cui c’è una buona prevalenza di bianco. Mentre agli uomini piacciono i colori accesi, scuri e quindi con una buona predominanza del colore nero.

Il successo di un brand ovviamente non può essere legato solamente ad un colore, ma è un insieme di cose, di immagini, di sensazioni che creano la persuasione con cui ammaliare o ingannare il nostro cervello. 

Un motel sperduto sulla famosa Route 66, ha al suo interno una camera misteriosa, la numero 10. Gli oggetti che sono presenti nella stanza sembrano avere dei poteri straordinari, e attorno alla loro acquisizione girano sette religiose, affaristi e oscuri collezionisti. Si vocifera che siano gli oggetti appartenuti a Dio, da qui i poteri starordinari. Ma la cosa ancora più bizzarra è che la chiave della stanza apre porte di altre dimensioni fisiche e temporali. Una mini-serie ben fatta e confezionata. 

Una chiave che apre tutte le porte del mondo, capace di portarvi dove voi desiderate.  Joe miller, detective, ce l’ha e ogni volta che la usa si ritrova in una stanza vuota di un motel, in pieno deserto. al suo interno ci sono diversi oggetti d’uso comune, ma che possiedono poteri strani e/o straordinari: un orologio da polso che cucina uova sode, una matita che conia piccole monete, una penna capace di carbonizzare un uomo. ma di chi è quella stanza? secondo una setta di folli collezionisti, disposti a tutto nella stanza misteriosa dovrebbe essere morto dio e quindi gli oggetti presenti sembrano essere straordinari, sotto tutti i punti di vista. 

In The lost room, come in altre serie più famose, una su tutte il Lost di J.J.Abrams, si parte sempre da un incipit spiazzante, che già anticipa e mette in evidenza tutti i misteri, ai quali poi se ne aggiungeranno degli altri. La mini-serie televisiva americana è stata ideata per il pubblico del piccolo schermo in una confezione da tre episodi di 90 minuti ciascuno, e che nella versione italiana sono diventati sei puntate. Nella narrazione ci sono tutti gli elementi necessari ad incuriosire: la presenza mistica di Dio impressa sugli oggetti (la fede), il senso del fantastico legato alla chiave che apre porte interdimensionali (la fantascienza), il rapporto padre-figlia, una setta segreta che cerca gli oggetti magici (il paranormale). Il racconto è volutamente nebbioso, discontinuo e infarcito di personaggi minori che gravitano intorno ai protagonisti con il solo scopo di tenere incollato al video, lo spettatore.

La serie è ben girata, ma soprattutto ha una sceneggiatura che funziona e che fa da collante alle microstorie interne che servono a mantenere vitale, l’attenzione dello spettatore verso il finale.

Ygor Marotta e Ceci Soloaga proiettano disegni, poesia e animazione su qualsiasi superficie. Pedalando sui loro tricicli (suaveciclos), dotati di computer e proiettore vanno in giro per le strade a dipanare storie fantastiche e illuminare la notte brasiliana.
 
Hanno realizzato quattro short films (corti cinematografici) basati su disegni fatti a mano libera che prendono vita grazie all’animazione digitale. Fanno seminari con i bambini a cui lasciano la libertà di disegnare i loro personaggi immaginari o preferiti. In seguito loro li rielaborano e danno vita a gioiose sequenze filmiche che proiettono sui muri dei palazzi in giro per le città di tutto il mondo.
I personaggi volano e corrono sulle strade, in diversi paesaggi, interagiscono con il contesto reale, prendono vita grazie ad un’app e animano a loro volta i muri delle città. Le animazioni sono create su misura per ogni ambiente, addirittura modificate in diretta grazie alla strumentazione che permette ai due artisti di realizzare le splendide performance che hanno portato in tutto il mondo, dalla Spagna, alla Russia, alla Cina.
Le installazioni offrono uno spazio dove l’immaginazione può correre libera tra i disegni che prendono corpo grazie al video mapping. Vi consigliamo di guardare il loro sito che è ricco di materiale e se vi riesce di intercettarli per le vie del mondo non lasciateveli scappare.

Dal 2011, sul profilo personale di Facebook, il designer giapponese Tatsuya Tanaka ci regala giorno dopo giorno la visione del suo mondo in miniatura.

Scene di vita quotidiane così semplici e banali che strappano sempre un sorriso quando le si vedono attraverso l’occhio del designer giapponese. Perché il suo sguardo sembra essere quello di quando da piccoli ci si inventava un gioco anche con un semplice fiammifero, immaginandolo come un lampione sulla strada, e attorno a questo si creavano storie straordinarie.

La semplicità e l’inventiva del giovane giapponese hanno realizzato in questi anni un caleidoscopio incredibile di situazioni bizzarre, fantastiche, divertenti: un fascio d’insalata diventa una foresta in cui far addentrare piccoli escursionisti in gita; oppure un insieme di persone che fanno lo snowboard su un rotolo di carta igienica; uno stecco di legno di un gelato è l’improvvisato trampolino per un tuffo in piscina; delle semplici micro sd diventano due fantastici pianoforti da concerto; una piccola altalena in miniatura attaccata ad una cima di un broccolo ci porta immediatamente ai giorni d’infanzie felici.

Tutto questo è il mondo immaginifico di Tatsuya Tanaka. Tecnica fotografica (la tilt-shift unita alla macrofotografia) e un’immaginazione non comune sono alla base di questi piccoli mondi di poesia. Giorno dopo giorno i suoi piccoli personaggi sono diventati dei simpatici compagni nelle giornate di migliaia di persone che frequentano il suo sito.

Non so voi, ma di fronte alla pagina di ricerca di Google ci si sente un po’ come di fronte ad un oracolo. Se trovi la giusta maniera di porre la domanda puoi ottenere la risposta a qualunque quesito, e ti si apre un mondo. Oggi che la tecnologia ci ha portato la comodità di fare qualsiasi ricerca anche attraverso i nostri smartphone ovunque ci troviamo, soddisfacendo qualsiasi curiosità, tutto ci sembra realizzabile e a portata di mano.

Tradurre una frase? Cercare un prodotto online introvabile? Fare una ricerca su un argomento arcaico? Ricercare gli amici dell'infanzia? Sentire musica? Guardare un film in streaming? Tutto è possibile grazie all'oracolo. Tutto in maniera semplice, veloce e gratuita.

Beh, gratuita non proprio!

Vi siete mai chiesti se Google registra i dati delle vostre ricerche? Non starete sul serio pensando che una volta che avete fatto la vostra bella ricerca le informazioni richieste spariscono nell’oblio di Internet, vero? No, no, no! Google registra tutto! Ogni singola ricerca, interrogazione, richiesta, da dove è partita e a che ora. Magari starete pensando: “Che m’importa?! Non ho mica niente da nascondere!”. Ma sì! Poi in fondo i dati registrati verranno elaborati in forma anonima e lavorati per creare statistiche.

Ma allora che vantaggio ha il Signor Google ad occupare Terabyte e Terabyte di dischi per registrare ogni singola curiosità che andiamo a cercare? I vantaggi ci sono e ormai neanche più tanto nascosti. In principio fu la raccolta punti del supermercato. 

Sicuramente ne avete una nel portafogli. Ogni volta che fate la spesa accumulate punti che poi vi danno diritto a degli sconti o a qualche regalo: le cosiddette carte fedeltà. Sono state il primo metodo di catalogazione delle nostre preferenze. Viene registrata ogni cosa che compriamo, in quale quantità e con quale frequenza. In seguito, quei dati, servono a creare delle offerte mirate alla nostra fidelizzazione, al fine di instaurare un legame di fiducia con un punto vendita, con le nostre marche preferite.

Ma quegli stessi dati sono un bene d’informazioni prezioso e remunerativo. Le nostre scelte, i nostri gusti sono diventati un pacchetto informativo, che parla di noi, ci analizza e ci inserisce dentro analisi e statistiche di mercato. Queste informazioni sono diventate una risorsa da scambiare o da vendere. Tutte le nostre informazioni di base: età, ceto sociale, istruzione, lavoro, tempo libero sono il pacchetto dati necessario ad individuare il compratore adatto a quel prodotto. Semplicemente gli algoritmi statistici segnalano le percentuali di gradimento e volontà di acquisto relativo al prodotto in vendita e/o a prodotti similari o complementari. Tutti dati che vanno ad arricchire i cosiddetti Big Data, enormi database di informazioni analizzate e pronte per essere utilizzati in ogni sfera economica, politica, religiosa o merceologica che sia.

Servizi sempre più confezionati, almeno apparentemente, su misura dell’individuo per permettere a chi investe di poter acquisire conoscenze e scoprire correlazioni insospettabili tra le informazioni registrate. Tecnologie, gadgets ci faranno sentire sempre più moderni, interconnessi e che in cambio non ci chiedono che condividere con loro i nostri bisogni, le nostre vite così da poterli analizzare, valutare, pacchettizzare per rivenderci quello che non ci serve. 

E poi si ricomincia alimentando un circolo senza fine. Questi oracoli moderni saranno sempre più in grado di affinare le previsioni sul futuro e di prendere decisioni ottimali! (Questo è quello che ci raccontano loro!)

Qui troverete una breve guida per migliorare i vostri scatti fotografici. All’apparenza sembrano cose scontate, ma nella loro semplicità questi consigli potranno dare un nuovo slancio al vostro modo di fotografare il mondo.

(1) Sfruttare la tecnologia facendo scattare la macchina tramite il cellulare o lasciando che gli automatismi gestiscano l’esposizione al nostro posto.

(2) Vestire abiti scuri, o comunque qualcosa che possa mimetizzarci nell’ambiente in cui ci troviamo.

(3) Preferisci il bianco e nero al colore, perché da più profondità e ricchezza a qualsiasi soggetto fotografato.

(4)  Regola le impostazioni per il tuo scatto perfetto e aspetta semplicemente il momento che ritieni migliore.

(5) Cambia inquadratura e modo di vedere i tuoi soggetti. Avrai fotografie più interessanti anche aspettando il momento esatto per coglierle… l’attimo!

(6) Differenzia il tuo punto di vista, abbassati o alzati a seconda del soggetto da fotografare e scoprirai inquadrature nuove.

Questi sono solo alcuni dei consigli che abbiamo inserito nell’articolo No Selfie. Per completare la lettura scaricate la vostra copia gratuita. Buone foto a tutti.

Shodo, la parola è formata da due ideogrammi che significano rispettivamente arte della scrittura e via, percorso morale, insegnamenti di vita. E’ ancora oggi una disciplina artistica e morale che richiede un lungo apprendistato ed un esercizio continuo. In Giappone la calligrafia e la pittura fanno entrambe parte del bagaglio dell’artista sia perché fondate sugli stessi principi estetici sia perché usano i medesimi strumenti e si pongono gli stessi obiettivi: la padronanza del tratto, l’immediatezza del gesto, la continuità del ritmo, il controllo della forza impressa sul pennello senza la possibilità di fare ritocchi o correzioni, la creazione di segni e composizioni dall’equilibrio “interiore”.

LA FILOSOFIA SHODO

Lo Shodo è strettamente legato al gusto estetico giapponese espresso dal termine Shibusa e rappresentato dai due valori estremi della sensibilità nipponica quali: la sobrietà e l’esuberanza. Nel senso più ampio, Shibusa, significa semplicemente di buon gusto. Nella sua forma più ristretta, può essere tradotto come tranquilla, sobria, raffinatezza. Con il tempo l’insegnamento del buddismo zen ha rafforzato la preferenza per la semplicità secondo cui le cose, anche se bellissime, sono solo temporanee e andrebbero abbandonate in favore di una vita austera di rinuncia, condizionando fortemente i valori estetici comuni ed in particolare lo sviluppo di quelli legati alla calligrafia. 

Lo Shodo, così, si è evoluto in una forma espressiva che si allontana molto dall’essere semplicemente artistica divenendo profondamente spirituale, soprattutto dopo che i monaci zen lo adottarono come vero e proprio esercizio di meditazione. A differenza della calligrafia occidentale, molto legata alla forma estetica ed in qualche modo relegata alle occasioni formali, lo Shodo è una vera e propria esperienza mistica sia per chi lo esegue sia per chi lo guarda.

 
LO ZEN E LA CALLIGRAFIA

Secondo lo spirito zen la missione della calligrafia, e’ aiutare le persone a raggiungere una miglior sintonia con la parte più profonda del loro essere, cercando di operare un cambiamento positivo che le renda più consapevoli di se stesse e delle proprie emozioni e che gli permetta di comunicare attraverso la scrittura questo passaggio interiore. L’obiettivo è quello di eliminare il proprio ego attraverso lo studio e la pratica. 

La non mente della zona, e’ un concetto del Buddismo zen, che consente di trasmettere l’energia attraverso il proprio essere al pennello, per creare shodo che incorporino i valori universali della Legge Suprema. In questo senso lo shodo può essere paragonato alla musica. Lo scritto e’ come una partitura e il calligrafo come un musicista: ognuno cerca di comprendere lo spartito per produrre un’interpretazione unica. 

Per scrivere caratteri calligrafici zen che trasmettano veramente un significato profondo, ci si deve concentrare intensamente e immedesimarsi con il significato di quelli che si creano. A tal fine, si deve liberare la mente e il cuore da ogni distrazione e concentrarsi solo sul significato del carattere. Diventare una cosa sola con quello che si crea è in sostanza la filosofia della calligrafia zen.

Nello shodo infatti, il pennello non è un semplice strumento di scrittura ma il mezzo attraverso il quale l’energia dell’autore fluisce dal corpo e attraverso l’inchiostro ed il gesto si fissa sulla carta di riso registrando, come su un sismogramma, gli stati d’animo dell’artista.

Se un albero cade nella foresta, se una cascata d’acqua gorgoglia in lontananza, se qualsiasi rumore o suono viene prodotto tra le conifere estoni c’è una buona possibilità di poterne ascoltare il risultato grazie ad una magnifica creazione di un gruppo di studenti di architettura d’interni dell’Accademia Estone. Ragazzi e ragazze hanno ideato e poi realizzato tre megafoni giganti di legno che hanno trasportato e installato in un bosco nelle vicinanze della loro Accademia. Realizzati a forma conica tronca con legname della zona hanno un diametro massimo di tre metri.

La forma, il materiale, l’inclinazione interna servono a convogliare e ad amplificare i suoni prodotti all’interno o quelli che attraversano i megafoni lasciati spogli in mezzo al bosco. Immersi nei boschi le tre strutture in legno possono, oltre a riprodurre naturalmente ogni suono che passa attraverso di loro, accogliere i visitatori al proprio interno per godere di un’esperienza unica. Quindi possono diventare dei piccoli palcoscenici in cui suonare o decantare delle odi.

Oppure accogliere per la notte degli esploratori in cerca di un ritrovo intimo e in armonia con la natura circostante.

L’Estonia ha enormi foreste, che la ricoprono per circa il 45%, costituendo di fatto la risorsa naturale principale. In questi territori, dopo l‘indipendenza dalla Russia, l’attivismo ambientale ha avuto un ruolo determinante ed è stato il motore dell’innovazione e della diffusione di nuove tecnologie nel pieno rispetto ambientale.

Chiunque di noi si sia occupato di un progetto di design e abbia avuto a che fare con il suo sviluppo fino alla produzione, sa quanto possano essere oscuri certi termini. Ma niente paura. Ecco svelato l’arcano!

TIPOGRAFIAComprende l’insieme degli elementi tipografici, fondendo l’arte e la tecnica esatta di arrangiare i caratteri per realizzare un linguaggio leggibile, stampabile o visionabile a video.

FONT | Sono i caratteri di stampa e si presentano sotto forma di collezioni (o famiglie) caratterizzate e accomunate da un certo stile grafico (normale, italico, grassetto, ecc..).

RISOLUZIONECon il termine risoluzione si intende il grado di qualità di un’immagine, che varia a seconda delle necessità e del supporto che adottiamo. Nella riproduzione su cartala risoluzione indica la densità dei punti (dots) che definiscono un’immagine in rapporto ad una dimensione lineare. (es: punti/cm o punti/pollice). Il numero standard di punti/pollice (dots per inch) è di 72dpi per il web e di 300dpi per la stampa.

Poi c’è una serie infinita di acronimi che popolano l’universo del graphic designer. La domanda che molte volte vi è stata fatta è: Volete il file in RGB o in CMYK? Ecco la differenza.

RGB | È l’acronimo di Red, Green e Blue (rosso, verde e blu). Questo modello
di colore è del tipo additivo e si basa sui tre colori, differenziandosi dal modello del tipo sottrattivo che utilizza i colori primari: giallo, ciano e magenta. L’unione dei tre colori nei loro valori d’intensità massimi da vita al colore bianco. Si tratta di un modello di colori detto anche tricromia. Questo modello di colore non è in grado di riprodurre tutti i colori, ma solamente quelli che si trovano dentro il triangolo dei colori. Ormai il modello RGB è lo standard per ogni realizzazione digitale.

CMYKÈ l’acronimo di Cyan, Magenta, Yellow e Black (ciano, magenta, giallo e nero). Il nero viene indicato con la lettera K, anziché con la lettera B iniziale, per evitare l’omonimia con l’iniziale del colore Blue. Utilizzato in prevalenza per la stampa digitale cartacea ed in maggioranza nel mondo tipografico. Si tratta di un modello di colore definito anche quadricromia. Si tratta di un modello di colore di tipo sottrattivo dato che i colori complementari si ottengono dalla sottrazione di uno o di tutti i tre colori primari. A differenza del modello RGB la somma di 100% di ciano, magenta e giallo non dà origine al nero, ma ad una tonalità di marrone, definita: bistro. Per questo motivo è stato aggiunto il colore nero.

Per tutto il resto affidatevi a professionisti del settore o consultate il vostro amico graphic designer preferito.

Sei sveglio? Stai sognando? Hai smesso di leggere? Oppure ti sei addormentato, ma sogni di stare dormendo senza sapere se stai sognando o se sei sveglio?

Forse semplicemente sei entrato nel mondo visionario e poetico di uno scrittore giapponese, Murakami Haruki, tra i più amati al mondo. Onirico, dissacrante, tradizionalista, spirituale, disarmante sono solo alcuni degli aggettivi che potrebbero riassumere la figura di Murakami Haruki…, ma comunque non basterebbero e forse non sarebbero neanche tutti giusti per definirlo.

Leggere i suoi romanzi è leggere dentro se stessi, essendo disposti a lasciarsi andare totalmente al racconto che scorre tra le pagine bianche del libro.

Bisogna in qualche maniera riacquisire l’innocenza della nostra fanciullezza, intesa come voglia di scoprire e di credere che tutto sia possibile. Le storie raccontate sono pregne della magia fantastica dei racconti della sera, quelli che ci venivano letti prima di addormentarci, e dell’alienante normalità acquisita con la nostra entrata nel mondo degli adulti. Leggerlo è come lasciarsi cullare da una madre amorevole e sapere di non correre nessun pericolo tra le sue braccia.

Per accedere a questo mondo onirico il requisito necessario è attingere alla propria sensibilità, al proprio intimo e diventare noi stessi la pagina bianca su cui far dipanare allo scrittore le sue oniriche visioni. In questo modo si attraversa il confine.

In ogni modo Murakami decida di rappresentare la realtà ti ritroverai come lettore sempre immerso nella magia. Puoi incontrare l’Uomo Pecora, l’alter ego dell’uomo moderno chiuso in se stesso; ritrovare quel vecchio amico con cui ora stai parlando, ma che sai nel tuo inconscio che è morto suicida anni addietro. Nelle storie raccontate troverai sempre il fantastico con tutte le sue sfaccettature immerso nella vita ordinaria di tutti i giorni. Non c’è nulla di religioso nelle sue storie c’è solo la forza dell’immaginazione di un uomo libero. Questo è uno dei motivi per cui ci piace, molto.

da leggere assolutamente

After Dark | Giulio Einaudi Editore, 2008, pp. 180
La fine del mondo, e... | Giulio Einaudi Editore, 2008, pp. 515
Kafka sulla spiaggia | Giulio Einaudi Editore, 2008, pp. 522

Il museo per definizione è sempre stato lo spazio della conservazione e dell’esposizione dell’arte. Lo statuto dell’International Council of Museums lo definisce un’istituzione permanente che acquisisce, conserva, comunica e, soprattutto, espone a fini di studio, educazione e diletto le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente.

Negli ultimi anni il museo ha però superato il suo ruolo tradizionale di contenitore di memorie ed è diventato il simbolo della ricerca espressiva e dell’innovazione architettonica.

Dall’analogia museo-mausoleo teorizzata dal filosofo Theodor W. Adorno, cioè da luogo di conservazione della memoria, si è passati alla valorizzazione del contenitore architettonico che è diventato anche centro culturale pulsante, arricchendosi di nuove finalità e significati simbolici.

Sono sempre più numerose le città che mirano a dotarsi di un hub artistico. L’idea comune è che per rendere appetibile la propria città ad un flusso turistico maggiore (inteso come numero di visitatori/anno) sia indispensabile creare un elemento architettonico unico, strabiliante, fuori dagli schemi così che esso stesso faccia da catalizzatore degli interessi culturali ed economici di turisti e investitori.

Negli ultimi vent’anni è stato questo il trend nella pianificazione degli investimenti nel mondo della cultura. Nel passato recente abbiamo l’esempio della città di Bilbao (Spagna) che ha chiamato alla realizzazione di un proprio museo l’architetto canadese Frank Gehry. A lui è riuscita l’impresa di attrarre visitatori da tutto il mondo a Bilbao, ex città industriale inquinata, che prima del suo intervento non mostrava nessuno appeal turistico. Inaugurato nel 1997 ha incrementato, (in questi quasi vent’anni) un turismo culturale che ha portato enormi entrate a tutti gli operatori in gioco, contribuendo al tempo stesso a creare migliaia di posti di lavoro. Questo è sicuramente stato un ottimo investimento da parte dell’amministrazione cittadina, che ha resistito alle critiche per gli elevati costi di lavorazione e che, a ragione, sono stati interamente ripagati in questi anni.

L’edificio-museo oggi viene concepito come un’opera d’arte spettacolare, come una grande scultura che si inserisce nello spazio urbano, quasi a creare una performance affermando così la sua natura espressiva.

Il museo contemporaneo, prima di rispondere a esigenze funzionali e costruttive, rivendica la propria presenza nel contesto, diventando simbolo della contemporaneità e della dialettica tra architettura e arte,  diventando esso stesso fulcro di tutte le attenzioni dello spettatore-fruitore.

Questo ribaltamento dei ruoli tra contenuto e contenitore fa si che, in molti casi, le collezioni, le opere siano completamente subordinate al contenitore stesso. Questa modifica di ruoli e di significati è, forse, la conseguenza maggiore della libertà eccessiva, nel nome del ritorno economico- turistico, dato agli architetti chiamati a realizzare tali opere. Molti di loro, le cosiddette Archistar, hanno visto nell’incarico della progettazione di un museo l’occasione per affermarsi ulteriormente e mostrare al mondo la propria creatività. Molti progetti sono effettivamente delle riuscitissime sculture, ma peccano in funzionalità e fruibilità degli spazi, mancando proprio nell’unica caratteristica che dovrebbe essere richiesta ad un architetto: la facilità d’uso dello spazio interno così da garantire il migliore allestimento possibile per opere d’arte di forma e formato anche notevolmente differenti.

All’inizio degli anni ‘90 tramite una pianificazione visionaria e con la nascita, per volontà delle istituzioni, dell’Associazione Bilbao Metropoli 30 e della Società pubblica Bilbao Ria 2000, Bilbao si è completamente reinventata, avviando un programma di riqualificazione che seguiva un preciso disegno strategico urbano: Il recupero totale dell’area industriale dismessa lungo il fiume Nerviòn.

Quest’arteria fluviale, un tempo necessaria per la produzione industriale con l’uso delle barche che trasportavano i materiali grezzi e poi riportavano indietro i prodotti finiti, è stata totalmente recuperata, bonificata ed è diventata la spina centrale della Bilbao moderna. Intervento lungimirante che ha creato un nuovo tessuto urbanistico e sociale, realizzando spazi comunitari e ricreativi, puntando alla qualità degli interventi e alla creazione di un’efficiente rete di trasporto pubblico.


Ma il vero cardine della rinascita economica e culturale della città è stata la realizzazione e l’apertura, nel 1997 del Museo Guggenheim, chiamato dai Bilbainos, El Goog.
Il Guggenheim è nato grazie all’accordo tra gli enti amministrativi locali e la grande istituzione artistica privata: la Solomon R. Guggenheim Foundation.

L’edificio del Guggenheim, progettato dall’architetto canadese Frank O. Ghery, è un segno forte e dirompente che si inserisce tra la città e il fiume. Proprio visto dal Nerviòn, sembra avere la forma di una nave, rendendo omaggio alla città portuale nella quale si trova. I pannelli di titanio del quale è rivestito assomigliano alle squame di un pesce, e sono il marchio di fabbrica di Gehry.

Visto dall’alto l’edificio mostra invece la forma di un fiore con i petali aperti. Le sue geometrie curve, le prospettive sbilenche, le superfici apparentemente non finite, chiudono in maniera spettacolare le principali visuali della città.

L’ingresso dell’edificio si trova a conclusione di una delle strade principali della città, che, in diagonale, collega il centro urbano al museo. La struttura interna dell’edificio si sviluppa su tre livelli e il fulcro compositivo dello spazio interno dell’intero edificio è l’atrio, di 650 m2, e di 50 metri di altezza, dal quale prendono luce i tre piani che vi si affacciano.

Oltre a Gehry altri artisti hanno dato il loro contributo ad impreziosire questa zona di recupero della città. Tra le sponde del fiume e l’atrio principale c’è il Maman di Louise Bourgeois, una spettacolare scultura in bronzo e acciaio che rappresenta il rapporto madre-figlio sotto forma di un enorme ragno gigante. Accanto si trova riflessa nello specchio d’acqua un’installazione di Fuyiko Nakaya, che porta il nome di Fog Sculpture #08025. Dalla parte opposta al fiume c’è l’ingresso dalla città vecchia in cui troneggia il Puppy di Jeff Koons, la scultura alta 12 mt che rappresenta un cane fatto con migliaia di begonie, diventato anch’esso un simbolo del Guggenheim e di Bilbao.

 

La graffetta è un piccolo oggetto di metallo che serve per tenere unite due parti. Nell’uso comune e quotidiano il termine graffetta si riferisce al fermaglio realizzato con un filo di metallo curvato, che grazie a questa forma acquisisce due anse elastiche, che servono a tenere uniti e adesi alcuni fogli di carta in modo non permanente. 

L’invenzione della graffetta è attribuita all’americano Samuel B. Fay; anche se un altro inventore, Johan Vaaler di origine norvegese, ignorando l’esistenza dell’invenzione americana, chiese ed ottenne il riconoscimento del brevetto per lo stesso modello di graffetta. Per tale disguido viene quasi sempre attribuita la paternità dell’invenzione al norvegese.

Dalla sua invenzione avvenuta nel 1889 è forse uno dei pochissimi oggetti che non ha avuto un’evoluzione significativa. Quando ancora non esisteva, per tenere insieme i fogli, si usavano spilli di ferro. La graffetta rappresenta uno dei prodotti industriali, simbolo della rivoluzione industriale che avrebbe cambiato il rapporto di lavoro uomo-macchina. Quando alla fine dell’’800 si sviluppo un metodo per produrre acciaio a basso costo, si realizzarono in tutto il mondo oggetti simili ed atti più o meno allo stesso uso. Da allora è divenuta talmente comune come presenza nei nostri uffici, da non farci più caso. 

Anche se in questa epoca ultra moderna dove tutto viaggia attraverso reti informatiche, computer, tablet, l’uso della graffetta metallica è diminuito, la ritroviamo come forma iconica tutti i giorni quando leggiamo le nostre mail, nello specifico quando andiamo a vedere gli allegati annessi che hanno proprio la forma di una graffetta.

La graffetta nella sua semplicità è sicuramente un oggetto di design che risponde alla funzionalità, alla serialità ed è intrinsecamente gradevole da vedere con le sue forme pulite, lisce e sinuose.